Albicocca di Scillato

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L’albicocca di Scillato rientra senza alcun dubbio tra le eccellenze enogastronomiche del panorama siciliano.

L’uomo, fin da quando ha iniziato a coltivare le piante, ha dovuto lottare contro una serie di agenti esterni che ne ostacolavano la crescita. E non parliamo solo di macroavversari come alluvioni o siccità, ma anche di piccoli (ma pericolosi animali): gli insetti.

In particolare, nell’habitat mediterraneo a seminare il panico è la cosiddetta “mosca della frutta”, principale nemico dei coltivatori di tutto il bacino del Mare Nostrum.

Una piaga a cui si sottrae però l’albicocca di Scillato, che sfrutta i suoi tempi di maturazione anticipati per sfuggire agli attacchi del pericoloso insetto.

Vista la pressoché totale assenza di pesticidi, questo frutto si contraddistingue per la sua genuinità e per la sua polpa delicata e dolce, che trova applicazione in diverse ricette della tradizione culinaria palermitana (e non solo).

L’albero di albicocco

Quella di Scillato è una varietà tenace di albicocca, la quale altro non è che il frutto del Prunus armeniaca.

Si tratta di un albero della famiglia delle Rosacee – di cui fanno parte, oltre alla rosa, anche il pero, il mandorlo, il melo ecc. -, dalle foglie ampie (e per questo detto latiforme). I fiori, dal candido bianco che lascia spazio a venature rosa, appaiono prima delle foglie, come in tutti i casi di Prunus (alberi da frutto come il mandorlo, il pesco, il susino ecc.).

In seguito alla fioritura iniziano a crescere le albicocche, che sono delle drupe: frutti che presentano al loro interno una parte legnosa (il cosiddetto nocciolo).

L’Italia è la sesta produttrice mondiale di albicocche, in una classifica guidata da Turchia e Uzbekistan.

La mela armena

Questa regione a cavallo tra il Caucaso e la steppa, che detiene il primato, non è nuova alla coltivazione di questo frutto. 

Al contrario, per molti secoli le popolazioni italiche credettero che l’albicocca fosse originaria dell’Armenia e dell’intera regione caucasica.

Per questo motivo, gli antichi Romani chiamavano l’albicocca la “mela armena”, legandola erroneamente alla regione del Caucaso.

Qui fu probabilmente conosciuta dal grande conquistatore macedone Alessandro Magno, che si innamorò della sua dolcezza riportandola con sé in patria.

Da qui la “mela armena” fu importata in Italia dal console romano Lucullo.

Il contributo degli Arabi

Furono quindi i Romani i primi a coltivare il frutto, che però nel Medioevo fu dimenticato.

Una nuova crescita della sua coltivazione è dovuta ai conquistatori arabi, che stabilizzarono anche i metodi della cultivar.

L’albicocca era chiamata “praecoquum”, che significa “precoce” e in altre parole indica una primizia.

Gli arabi però fraintesero il significato della parola, che fu storpiato in al-barqūq, da cui deriva il termine che utilizziamo tutti i giorni e che ritroviamo anche in altre lingue.

Ancora più a Oriente

Eppure, in alcune parti d’Italia continua a persistere, almeno nel parlato, quel legame con l’Armenia.

Così nel Triveneto si parla di armelin e in Lombardia di mugnagh, che tanto ricordano l’appellativo di “mela armena” con cui era conosciuta presso i Romani.

Ancora nel ‘700, il botanico svedese Linneo credeva vera l’origine armena dell’albicocca, e per tale motivo questa specie di Prunus fu da lui chiamata armeniaca. 

In realtà, le origini di questo frutto devono essere ricercate più ad Oriente, in Persia o addirittura in India.

Da qui l’albicocca, attraverso le carovane, arrivò in Armenia per essere poi portata in Europa da Alessandro Magno.

Scillato e la sua albicocca

L’albicocca non è una cultivar secolare di Scillato, che anzi conosce questa coltivazione solo negli anni Settanta.

Eppure, in poco tempo, questa scelta ha grande successo, anche grazie alla posizione di Scillato e alla sua storia.

Una storia che, al di là dalla sua recente trasformazione da frazione di Collesano a comune autonomo, affonda le radici nell’antichità, quando si racconta dell’arrivo di troiani in fuga, che trovano rifugio sulle alture delle Madonie.

Alture che regalano una serie di fertili corsi d’acqua, che scendono dalle cime palermitane quali il Cozzo di Castellazzo, il Monte Fanusi e il Monte dei Cervi.

Qui, per sfruttare appieno la grande ricchezza d’acqua, si iniziarono a costruire mulini: uno di questi fu registrato nel 1156, sorto secondo la fonte nella località di Xillatum, da cui deriva il nome dell’odierno paesino.

L’albicocca di Scillato: le sue minacce

Si tratta infatti di un piccolo centro, che non raggiunge i 700 abitanti, ma che può vantare ben due specialità riconosciute dal Mipaaf come Prodotti Agroalimentari Tradizionali: l’arancia “biondo” di Scillato e la nostra albicocca.

L’unicità dell’albicocca di Scillato risiede nei suoi tempi di maturazione, che iniziano a marzo e si estendono fino all’inizio dell’estate.

Questa primizia riesce in questo modo a sventare gli attacchi della Ceratitis capitata, ovvero la mosca mediterranea della frutta.

Il tremendo insetto, originario presumibilmente dell’Africa subsahariana ma diffuso ormai in tutto il mondo, che non devasta solo le coltivazioni di albicocchi ma di diversi alberi da frutto, soprattutto quelli più teneri e dolci, più facilmente penetrabili dalla femmina di questa mosca, che depone nel frutto le larve (le quali, schiudendosi, distruggeranno il frutto).

La Sicilia, come tante altre regioni, è funestata dagli attacchi dell’insetto, soprattutto dopo giugno.

Caratteristiche dell’albicocca di Scillato

Per tale motivo, l’albicocca di Scillato riesce ad evitare la sorte toccata a tanti altri frutti.

Maturando già a marzo e comunque fino a giugno, può sfuggire alla fase della deposizione, riuscendo quindi a produrre frutti intatti anche senza l’uso di qualsiasi pesticida.

A parte la potatura annuale, i contadini non eseguono nessun’altra operazione fino alla raccolta, fatta rigorosamente a mano.

L’albicocca di Scillato, oltre ad essere estremamente genuina, è caratterizzata da una buccia di colore giallo-arancio ma con piccole insenature rossastre; il colore della buccia si ripresenta anche nella polpa, che è estremamente morbida e dolce.

Ideale da mangiare da sola, è utilizzata anche in diverse ricette della cucina palermitana, ma anche nella realizzazione di fantastiche confetture.

Alla fine della maturazione, a giugno, si tiene a Scillato una sagra in onore di questo prodotto salvaguardato da un’associazione di giovani ragazzi: i Carusi.

Curiosità

L’albicocca si può mangiare fresca, secca, sciroppata e sotto forma di confettura. Proprio con la marmellata di albicocche è realizzata la famosissima torta Sacher.

In Cina, vero territorio d’origine della “mela armena”, le donne mangiavano grosse quantità di albicocche per aumentare la fertilità: in effetti, la scienza ha dimostrato l’importanza del frutto per la crescita di ormoni femminili.

I medici arabi usavano questo frutto per curare il mal d’orecchi, mentre secondo una tradizione inglese sognare albicocche era presagio di buona sorte.

L’albicocco è anche protagonista di una bellissima poesia di Ada Negri.

Fiorì stamane il giovane albicocco

primo e solo, nell’orto ancora ignudo.

Nei tre più alti rami

fiorì, leggero: in sua bianchezza alata

ride all’azzurro con stupor d’infanzia.

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